martedì 14 ottobre 2014

#042 - L'uomo che piantava gli alberi

fotografia di Maurizio Leoni




Oggi vorrei parlare di territorio in una maniera un po’ insolita da chi cura e gestisce (sempre per imparare e mai per insegnare) un blog sulla fotografia di paesaggio.
Stamattina alla radio, mentre mi recavo al lavoro, ho appreso la notizia che è in corso la Settimana del Pianeta Terra ovvero l’Italia alla scoperta delle Geoscienze (dal 12 al 19 ottobre) e questa è la parte buona, ma ho scoperto anche che in Italia, ogni secondo vengono consumati 8 mq di territorio e che negli ultimi 40 anni è stata cementificata o asfaltata, insomma resa impermeabile, una superficie pari all'estensione della Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme.
Nei giorni dell’ennesimo disastro di Genova mi sembra veramente tanta roba.
Ma la colpa di tutto questo di chi è?
A guardarsi intorno non mi sembra che il popolo italiano (me compreso) sia poi così affezionato all'ambiente e quando si tratta di soddisfare i propri interessi prima viene il tornaconto personale e successivamente, ma molto dopo, il bene comune.
Oppure il problema è addirittura più grande e abbraccia l’intera umanità.
Qualche giorno fa, nella mia città, ho potuto assistere ad un incontro, organizzato dall'Agenzia Fiera delle Utopie Concrete nell'ambito di Fà la cosa giusta! Umbria, sul tema Imparare per la conversione ecologica il quale mi ha fatto pensare e mi ha fatto ronzare in testa diversi interrogativi, uno su tutti:
Quale futuro ha la specie umana, ormai votata all’estinzione e che molti dicono unica specie al mondo in grado di autodistruggersi consapevolmente?
Forse è giunto il momento ormai improrogabile di una riflessione attenta e soprattutto sincera su questi argomenti.
E come al solito e del tutto casualmente, cade a fagiolo l’ultimo libro che io, voce narrante, e Damiano, mio figlio di 6 anni che non sa ancora leggere, abbiamo finito di leggere insieme:
L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono (Salani Editore – ISBN 978-88-8451-928-3)
Sulla solita fascetta che cinge il libro, una citazione di José Saramago "Solo chi ha scavato la terra per porne una radice o la sua speranza può aver scritto questo libro. Siamo davvero in attesa che arrivino un bel po' di Elzéard Bouffier reali. Prima che per il mondo sia troppo tardi”.
Meditiamo gente.

giovedì 2 ottobre 2014

#041 - David Hockney



Santa Maria della Consolazione – Todi (PG)

Fin dall’antichità l’uomo si è servito del mosaico per poter realizzare delle figure che fossero belle, lucenti e durature, assemblando piccole tessere di materiali e colori diversi che dessero vita a un’immagine unica e altamente comunicativa.
Ne sono testimonianza i magnifici pavimenti delle domus romane o gli spettacolari reperti musivi di origine bizantina che si possono ammirare negli antichi edifici sacri di Ravenna come la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo o quella di San Vitale.
L’accostamento è senz’altro azzardato, ma per quanto assurdo, anche le moderne fotografie digitali sono dei mosaici di piccole tessere (pixel) che ci restituiscono attraverso il monitor del computer delle perfette immagini codificate in stringhe più o meno lunghe di zero e di uno.
Tutto questo per dire che il rapporto tra uomo e mosaico come tecnica di rappresentazione e di comunicazione ha origini antiche e ancora assolutamente attuali, ma ci sono altri esempi molto recenti, di artisti e fotografi, che usano o hanno usato il mosaico come tecnica regina per la realizzazione di straordinarie opere d’arte.
Un nome su tutti, David Hockney.
La prima volta che ho sentito pronunciare questo nome, fu per bocca dell’amico Simone Tomaselli nel 2005, in un luogo non molto distante dalla città di Ravenna stessa.
Me lo ricordo come fosse oggi, eravamo nella bellissima Faenza presso la sede del Borgo Durbecco (già Rione Bianco) dove si svolgevano mensilmente le riunioni del Polaser.
Mi ero appena iscritto a questa associazione che cercava, e lo fa ancora, di andare oltre la fotografia attraverso l’uso, la manipolazione e/o l’accostamento di piccole tessere di polaroid (pellicole a sviluppo istantaneo), dopo aver partecipato ad un breve corso tenuto dal mitico Pino Valgimigli e organizzato dal nostro Marcello Volpi in quel di Città di Castello.
Dopo la classica fase di meraviglia ho cominciato anch’io a usare questo strumento creativo cercando di emulare, senza riuscirci, artisti e fotografi del calibro di Maurizio Galimberti che ha fatto del mosaico il suo cavallo di battaglia popolando con le sue opere le gallerie d’arte di tutto il mondo.
Tornando a David Hockney (Bradford, 9 luglio 1937) pittore, disegnatore, incisore, fotografo e scenografo britannico, come recita wikipedia, egli è considerato uno tra i più noti ed affermati artisti contemporanei ed ancora fa dell'elemento figurativo il cardine della propria produzione artistica, che non si limita alla pittura. È infatti incisore, disegnatore e ritrattista, nonché fotografo ed autore di alcuni collage fotografici realizzati con le Polaroid.
Il 14 febbraio 2014 ilSole24ore gli ha dedicato un articolo “David Hockney, sessant'anni all'insegna del colore” per una mostra dello stesso artista alla Dulwich Picture Gallery di Londra.

Siti da visitare:

sabato 13 settembre 2014

#040 - La fotografia ai tempi del computer


Damiano a San Feliciano di Magione (PG) il 8-9-2014
Non so se Damiano (6 anni) ami la fotografia, ma è sicuro che i bambini in tenera età cercano, nel bene e nel male, di emulare i genitori nei loro gesti, attività e interessi.
È così che mio figlio, di tanto in tanto, mi chiede di poter usare la mia vecchia fotocamera digitale di cui per forza di cose è diventato comproprietario, nell’attesa che il suo babbo ne acquisti una nuova (la vedo dura) e di acquisire di conseguenza il restante cinquanta per cento dei diritti.
Lunedì 8 settembre avevamo un po’ di tempo da passare insieme e abbiamo deciso di andare a San Feliciano di Magione (PG) sulle sponde del Lago Trasimeno, per fare una passeggiata approfittando della bella, quanto rara di questi tempi, giornata di sole.
Partiamo io, Damiano e la nostra macchina fotografica e copriamo in una mezz’ora la distanza che divide Bastia Umbra dalla località lacustre.
Dopo aver ciondolato per un po’ sull’altalena, il bimbo mi chiede di poter scattare alcune foto agli uccelli, meglio identificati come “papere”, che galleggiavano allegramente sul pelo dell’acqua.
Vado al vicino chiosco-bar e mi faccio dare del pane raffermo, lo bagno con un po’ della minerale di Damiano, imposto la macchina in semi-automatico con tempi molto rapidi, consegno la fotocamera con tutto il battery pack al bambino, che sembra nemmeno reggere il suo peso tanto questa è ingombrante, getto il pane in acqua e aspetto che tutto si compia.
In pochi secondi le papere si fiondano sul pane, alcuni gabbiani, ai quali evidentemente la scena non era sfuggita, si gettano in picchiata anche loro sulle molliche e Damiano assai divertito scatta foto a ripetizione finché non mi riconsegna la macchina e mi chiede di tornare sull’altalena.
Nel trambusto osservo orgogliosamente mio figlio che fotografa e con sorpresa vedo il movimento che compie il suo corpicino nel cercare di fissare con la camera i gabbiani in volo seguendo attraverso l’oculare i loro leggeri spostamenti in aria.


Dopo un po’ la fame prende il sopravvento, io ripongo la vecchia D80 nello zaino, Damiano prende posto sul suo seggiolino posizionato sul lato posteriore dell’auto e si torna allegramente a casa per il pranzo, ascoltando la versione in audiolibro di “Marcovaldo”.
Tutto cade nel dimenticatoio fino a quando non mi ricapitano tra le mani le immagini digitali riprese per gioco da mio figlio.
Foto banali, scattate da un bambino che a malapena riesce a tener ferma una gigantesca e sproporzionata macchina fotografica fatta per essere sostenuta da ben altre mani.
Le osservo distrattamente finché la mia attenzione non viene rapita dall’immagine del gabbiano in volo e ripenso al movimento che ha fatto Damiano per inquadrare la scena quasi come un fotografo provetto che insegue la sua preda con lo sguardo.
Decido di dargli una sistemata.
Ho preso la foto, l’ho ruotata di quel tanto che basta per farla diventare perfettamente orizzontale, l’ho “croppata” per mettere il gabbiano al centro dell’immagine e ho ripristinato con un altro taglio in altezza il rapporto originale di 2/3 tra i lati.
Successivamente ho virato il file in bianco e nero, ho giocato un po’ con i livelli, ho tirato fuori più che potevo le nuvole, dopodiché ho contrastato l’immagine per drammatizzare un po’ la scena.
Il risultato finale è una fotografia gradevole ed equilibrata, con tanto di “piccione” di “vumailsiana” memoria, niente di eccezionale, come se ne vedono tante in giro per internet e ieri l’ho postata sul mio profilo facebook come se fosse mia… per vedere l’effetto che fa.


Il giochino era fatto, subito mi sono aggiudicato i classici “mi piace” di amici e parenti che per stima, amicizia e simpatia reciproca non mancano mai e vissero tutti felici e contenti fino al prossimo “Scrivi qualcosa…” oppure “A cosa stai pensando?”.
Ma come si suol dire la riflessione nasce spontanea.
Allora è vero che basta conoscere alcuni semplici trucchi informatici per fare delle fotografie sufficientemente accattivanti e gradevoli?
Ma è proprio vero che basta scattare qualsiasi immagine per poi poterla ritoccare e abbellirla a casa propria comodamente seduti davanti al PC?
Naturalmente NO! ma questo è quello che credono in molti, sentendosi dopo poche esperienze dei provetti fotografi, magari dopo aver frequentato qualche corso tenuto dai soliti guru, azzerando velocemente il gap tecnico che nel mondo analogico rappresentava un setaccio un po’ più arduo da superare.
Oggi sappiamo bene che successivamente alla famigerata “fase di meraviglia” dove tutti e troppo facilmente diventano dispensatori di belle fotografie, lo scontro si sposta sul piano culturale, sul linguaggio e sui contenuti e pertanto le nostre belle immagini per quanto alla moda, ricercate e piene di artefici o sotterfugi digitali saranno sempre più destinate a popolare i nostri desktop, ad essere appese in salotto sopra ai divani, a colmare fino a scoppiare il calderone di internet o alla meglio finire in qualche mostra paesana della domenica, ma nulla più.
Niente di male, ci siamo passati tutti, purché sia un fatto consapevole.
Se poi dovesse nascere qualche altro Luigi Ghirri o Mario Giacomelli ne saremmo tutti felici.
Meditate gente.

mercoledì 10 settembre 2014

#039 - Terzo paesaggio


fotografia di Maurizio Leoni

Se fossi più colto di quello che veramente sono vi stupirei con un dotto trattato sul “Terzo Paesaggio” da lasciarvi tutti a bocca spalancata.
Impegnandomi forse ne avrei anche le capacità, ma purtroppo non sono né un geografo, né un agronomo, né un botanico, né un ecologo e forse nemmeno un fotografo, anzi direi che sono un essere sufficientemente ignorante che per imparare mi tocca scrivere post su questo blog.
Senza contare inoltre che i miei interessi non seguono un andamento lineare ma si muovono a caso lungo strani percorsi a zig-zag, come i ponti di alcuni giardini cinesi, attraverso i quali, per questa loro bizzarria geometrica, gli spiriti maligni non possono passare.
Devo ammettere però che l’argomento mi affascina parecchio e non da oggi, da prima di quando due anni fa acquistai il prezioso libricino dal titolo (nella versione italiana) “Manifesto del terzo paesaggio” di Gilles Clément edito da Quodlibet (2005) ISBN 88-7462-048-9.
Giunti a questo punto, dobbiamo innanzitutto cercare di dare risposta ad alcune semplici domande, chi è Gilles Clément, cos’è il “Terzo paesaggio”, quali fonti di ispirazione o implicazioni culturali potrebbe comportare quanto sopra per chi fotografa.

Cercando di rispondere alla prima domanda sulla persona di Gilles Clément, da wikipedia apprendiamo che questo signore (1943) è uno scrittore, entomologo, architetto del paesaggio e ingegnere agronomo francese.
È insegnante all'École nationale du paysage di Versailles.
Paesaggista tra i più noti e influenti d’Europa, è il teorizzatore del giardino planetario, del giardino in movimento e del concetto di terzo paesaggio.
Ha all'attivo numerosi saggi e romanzi.
Ha realizzato diversi parchi e giardini, sia pubblici che privati.
Tra le maggiori opere i giardini de La Défense e il parco André Citroën (13 ettari sulle rive della Senna nei terreni che appartenevano all'omonima fabbrica automobilistica) entrambi a Parigi, e il parco Matisse a Lilla.

Per rispondere alla seconda domanda circa la definizione di “Terzo paesaggio”, dal sito della casa editrice Quodlibet estrapoliamo quanto segue (a cura di Filippo De Pieri):
“Manifesto del Terzo paesaggio” è il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’espressione “Terzo paesaggio”, Gilles Clément indica tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico… Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l’importanza per il futuro del pianeta. È un’opera di grande densità teorica, che apre un campo di riflessione anche ad implicazioni politiche.

Ma la cosa che più ci interessa è certamente rispondere alla terza domanda e cioè su quali fonti di ispirazione o implicazioni culturali potrebbe comportare il concetto di “Terzo paesaggio” per chi fotografa.
A tale proposito facciamo riferimento ad una mostra e ad un libro “Terzo Paesaggio – Fotografia Italiana Oggi” con opere di Luca Androni, Andrea Galvani, Armida Gandini, Tancredi Mangano, Maurizio Montagna, Moira Ricci, Francesca Rivetti, Alessandro Santini, Marco Signorini, Alessandra Spranzi, Richard Sympson, (XXIII edizione premio nazionale arti visive città di Gallarate) 2009 Damiani Editore Bologna, ISBN 978-88-6208-095-8.
Nella presentazione di Emma Zanella “Territori per la diversità” a pag. 59 si evince che lo sguardo degli artisti è rivolto a “situazioni marginali, nascoste, apparentemente poco visibili…”.
Qui sta il nocciolo della questione forse non ancora del tutto analizzato e che potrebbe interessare i fotografi di paesaggio in genere.
Si tratterebbe di esplorare quelle porzioni di territorio ignorate e dimenticate dall’uomo dove la natura lentamente si riappropria di luoghi apparentemente invisibili ai nostri occhi disattenti o troppo occupati in sguardi omologati e male indirizzati da chi manipola il nostro vedere, sempre più attratto dai piccoli schermi retro illuminati dei nostri cellulari o tablet, da cui non distogliamo mai lo sguardo, nemmeno quando guidiamo l’automobile.
Invece a volte converrebbe essere come ci ha insegnato Italo Calvino nel suo Marcovaldo (pubblicato nel 1963)  “Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne Luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza”.
… e della nostra aggiungo io.

Ulteriori approfondimenti su http://paesaggimutanti.it/node/887

lunedì 25 agosto 2014

#038 - Cortona On The Move




fotografia di Maurizio Leoni

A volte basta fare un piccolo passo e oltrepassare appena il confine della propria regione per poter ammirare fantastici luoghi e apprezzare innumerevoli iniziative culturali di grande spessore e di raffinata competenza.
Tutto questo è successo ieri a Cortona, antica città fortificata posta su un rilievo ai margini della Valdichiana dalla quale si può ammirare uno splendido panorama, fino a poter scorgere anche lo specchio d’acqua del Lago Trasimeno.
Da Luca Signorelli a Jovanotti la storia di questa città di origini etrusche è ricca di vicende e di personaggi importanti ai quali ha dato i natali o dei quali ne ha visto compiere le gesta (ad es. Santa Margherita, Frate Elia).
Superata in auto la fantastica Chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, progettata da Francesco di Giorgio Martini, l’antica Corito ci accoglie con il suo abbraccio di pietra, di storia e di cultura.
A metà luglio eravamo già andati al Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona per poter visitare la mostra Seduzione Etrusca, ora prorogata fino al 30 settembre.
Ieri siamo tornati in Toscana per ammirare Cortona On The Move che rappresenta un progetto ormai consolidato e meta irrinunciabile delle nostre escursioni culturali estive.
Con piacere apprendiamo in loco della presenza anche di altri importanti eventi espositivi di grande interesse come CortonaDesign con opere di Ettore Sottsass e Paolo Staccioli e Cortonantiquaria.
Cortona on the move – fotografia in viaggio da qualche anno accende i riflettori su luoghi e persone posti ai confini del mondo, narrando storie e realtà lontane e sconosciute.
Bellissima la formula attraverso la quale gli eventi espositivi sono dislocati in molteplici luoghi della città, anche inusuali o aperti solo per l’occasione, con il raggiungimento di un duplice scopo:
1 - mettere in mostra un grande numero di opere e di autori;
2 - favorire la scoperta della città in ogni suo angolo anche il più nascosto.
Con un unico biglietto si può avere accesso ai diversi punti espositivi:
- Fortezza di Girifalco (esposizione anche in esterno);
- Vecchio Ospedale;
- Chiesa di Sant’Antonio;
- Ex Magazzino delle Carni;
- Ruga Piana;
- COTM Zone;
- Mostre in esterno (Via Santucci e Via Cesare Battisti).
Cortona On The Move chiuderà i battenti il 28 settembre prossimo.
Se non ci siete ancora stati… affrettatevi!

martedì 5 agosto 2014

#037 - Ferruccio Ferroni a colori



Tuoni e fulmini anche oggi.
Nonostante sia arrivato il mese di agosto quest’estate assai anomala non riesce proprio decollare.
Tempo barbino per coloro che devono ancora “fare le ferie”, mentre noi (me e famiglia), la nostra consueta quanto breve vacanza al mare l’abbiamo (purtroppo) già consumata.
A Fano mi sono tuffato nelle mie attività preferite, un po’ di sketching, il tablet, alcune interessanti letture e qualche foto in giro per la città.
Naturalmente ho anche avuto il piacere e la fortuna di incontrare l’amico Marcello Sparaventi studioso di fotografia e cultore della scuola marchigiana (Cavalli, Crocenzi, Ferroni, Gambelli, Giacomelli).
Come al solito è arrivato carico di preziosi doni e tra questi il graditissimo catalogo della mostra che si è svolta a Potenza Picena qualche mese fa, edito da Omnia Comunicazione, dal titolo “nel silenzio/Ferroni a colori, le fotografie a colori di Ferruccio Ferroni 1955/2000”, prodotto dal Fotoclub di Potenza Picena, a cura di Marcello Sparaventi e Centrale Fotografia, con la collaborazione di Annalisa Ferroni, Lidia Barucca Ferroni, Alberto Masini, Cristian Vescovi e con la prefazione di Diego Mormorio.
Di Ferruccio Ferroni avevo avuto la fortuna di ammirare la mostra tenutasi nel 2010 a Mercatello sul Metauro, suo paese di nascita, con opere in bianco e nero che molto mi avevano colpito per la loro delicatezza e per la loro leggera armonia, frutto di un animo sensibile e di uno sguardo raffinato.
Mi era sconosciuta invece questa sua produzione a colori, che un po’ sorprende ma che alla stessa maniera mette ancora una volta di più in evidenza lo spessore espressivo dell’autore, il quale e di buon diritto, può essere collocato tra i grandi della fotografia italiana.

Un evento da non perdere è previsto per Sabato 9 agosto nell’ambito di
SENIGALLIA CITTA’ DELLA FOTOGRAFIA - INCONTRI ESTATE 2014
alle ore 21,30, a Piazza Roma, il Comune di Senigallia e il Musinf dedicano una serata in omaggio al grande fotografo senigalliese Ferruccio Ferroni, nato a Mercatello sul Metauro nel 1920 e scomparso a Senigallia il 5 settembre 2007.
Nell’occasione sarà presentato il libro di cui abbiamo parlato in questo post e i relatori della serata saranno Diego Mormorio (filosofo e storico della fotografia) e Marcello Sparaventi (Presidente dell’associazione Centrale Fotografia di Fano).
Alla prossima.

sabato 28 giugno 2014

#036 - Il Valore Creativo della Lentezza
































Dopo aver letto “Meditazione e fotografia” di Diego Mormorio non mi stupisco di trovare l’autore di questo libro tra i firmatari del manifesto della Slow Photo insieme ad altri autorevoli personaggi della fotografia italiana.
Nelle poche righe riportate sulla quarta di copertina si fa riferimento ad una affermazione del monaco zen Thich Nhat Hanh e più precisamente:
“I meditanti sanno da sempre di dover usare i loro occhi e il linguaggio del tempo a cui appartengono per esprimere la loro profonda comprensione”.
Quindi educare lo sguardo, come in fotografia, per assumere consapevolezza di sé e del mondo che ci circonda mediante il lento scorrere del tempo.

PER UN MANIFESTO DELLA SLOW PHOTO

Nonostante tante cose terribili, il mondo è un’immensa vastità di bellezza: suoni, forme, colori che, di attimo in attimo, appaiono come uno spettacolo meraviglioso. Eppure tutta questa meraviglia resta sconosciuta alla stragrande parte della gente. Essa – la vastità che ci circonda – ha, infatti, bisogno di occhi per essere guardata. Di attenzione, e di lentezza.
Ha bisogno di ciò di cui il nostro tempo è quasi vuoto. La fretta e la superficialità, come spaventevoli animali feroci, dilaniano la bellezza del mondo. Correndo da una cosa all’altra, senza guardare attentamente, perdiamo tutto. Abbiamo bisogno di fermarci. Di vedere oltre il semplice guardare.
(Diego Mormorio)

Questi gli intenti:

Siamo a favore di una rivalutazione approfondita e meditata della prassi fotografica in opposizione ad un utilizzo compulsivo ed accelerato del medium fotografico perché convinti del valore creativo della lentezza.
Crediamo sia essenziale che in una qualsivoglia fase dell’iter fotografico si senta la  necessità di un “rallentamento” riflessivo.
Consideriamo indispensabile una progettualità del nostro intento artistico.
Esaltiamo un approfondimento meditativo così da consentire lo stabilirsi di un transfert emozionale tra il fotografo e ciò che viene fotografato.
Sosteniamo che la slow photo, essendo essenzialmente un approccio metodologico, esuli dalla specificità dei generi fotografici.
Riteniamo non significativo alle nostre finalità il tipo di mezzo tecnico di ripresa e di fruizione dell’immagine stessa utilizzati.

Mario Beltrambini       
Gianni Berengo Gardin
Beppe Bolchi
Carmelo Bongiorno
Alessandra Capodacqua
Luigi Erba
Diego Mormorio
Cesare Padovani
Franco Vaccai

Forse è giunto il momento di fermarci un attimo per pensare sul valore della lentezza nella nostra vita di fotografi e non solo.
Grazie agli amici di Slow Photo per averci offerto questo spunto di riflessione.