mercoledì 17 giugno 2020

#080 - Da Rasiglia a Sellano fino a Cerreto di Spoleto




Damiano sotto il vecchio ombrello di una sessantina di anni fa appartenuto alla Nonna Matilde


Domenica scorsa avrei avuto due alternative sul come trascorrere il pomeriggio:
avrei potuto adagiare le mie antiche chiappe sul divano e finire di leggere le rimanenti 182 pagine, delle totali 688, del libro di Bolaño “I detective selvaggi”, oppure sarei potuto uscire con Damiano, come gli avevo promesso, nonostante il maltempo diffuso su tutta la regione.
Per chi non lo sapesse, di tanto in tanto, il sottoscritto e l’amato pargoletto, vanno in giro per le città dell’Umbria al fine di scarabocchiare il loro sketchbook alla maniera degli Urban Sketchers, prendere fotografie come diceva Ando Gilardi e, a volte, degustare le specialità della cucina autoctona.
Abbiamo deciso di uscire!
Pertanto alle ore 15:30, del giorno 14 giugno, a bordo della nostra Fiat Grande Punto a metano del 2009, con ben 293.550 chilometri sulla gobba, muoviamo in direzione di Rasiglia, una frazione del Comune di Foligno.
Il cielo plumbeo e la pioggia incessante non promettono niente di buono ma i due impavidi Leoni non si lasciano intimidire.
Dopo aver ammirato, armati di ombrello e scarponcini, i rivoli d’acqua di Rasiglia, saliamo fino ai 784 mt. s.l.m. di Verchiano e dopo una breve sosta raggiungiamo la splendida città di Sellano.
Sellano si offre al nostro sguardo indagatore un po' bagnata e semideserta, fatta eccezione per qualche persona seduta fuori dello Stella Caffè vicino alla chiesa e qualche fanciullo che gioca negli spazi pubblici sottostanti.
Da Sellano continuiamo lungo la SR 319 per salire poi fino a Cerreto di Spoleto, patria del mio amico e collega Fabio.
Cerreto è sempre una delizia per gli occhi e dopo aver scattato qualche foto scendiamo baldanzosi, ma non più di tanto, fino al bivio per Triponzo, in piena Valnerina.
Damiano comincia ad essere stanco e viriamo a destra verso Borgo Cerreto con l’intento di tornare a casa.
Ad un certo punto, tra Borgo Cerreto e Piedipaterno arriviamo al punto dove qualche anno fa perse la vita in un incidente stradale un mio carissimo amico il cui ricordo rimarrà sempre vivo nel mio cuore.
Più avanti, all’altezza del bivio per la splendida Vallo di Nera c’è un autovelox di cui non ricordavo l’esistenza.
Ho rallentato di colpo e spero di non aver infranto nessuna norma del Codice della Strada né in questa occasione, né al successivo autovelox in località Castel San Felice.
La pioggia continua a cadere e nel frattempo Damiano si è addormentato beatamente.
Si risveglierà solo a Bastia Umbra quando fermerò la macchina davanti a Giò Gelato, la sua gelateria preferita, per gustare il solito gelato tutto gianduia.
A conti fatti abbiamo percorso quasi 140 chilometri.

Maurizio Leoni


Siamo partiti. Osservo la cupola scorrere. Appare imperlata dalle goccioline che tempestano il finestrino, sagoma ritagliata fra gli alberi, forse un po’ civettuola. Le note allegre di “Un giorno credi” pompate nella radio accompagnano la partenza. L’occhio rapace del fotografo, sospeso al di sopra del tempo e dello spazio, incastonato nel mirino, cattura voracemente l’immagine del cruscotto illuminato da mille spie. Cosa mi riserverà questa nuova escursione?
Il Tato imprigiona sulla sua celluloide istanti dello scorrere della strada bagnata che scivola sotto le ruote. È un pazzo? No, in realtà sa benissimo quello che fa, e io gli voglio bene anche così, da matto (qual è, ma per passione e in misura accettabile e contenuta). La Fiat color topo, animale con cui condivide anche l’aerodinamica forma, sferza l’umida entità dell’aria un po’ depressa di questo pomeriggio, sfida la mole dei nuvoloni che si dipingono all’orizzonte, fieri. Siamo forti della varietà di canzoni che si susseguono nella radio e del senso spensierato di leggerezza che caratterizza le nostre avventure. Anche per questo ti voglio bene, Tato.
Annunciata la destinazione: Rasiglia.
Anche se stritolato dalle evanescenti spire di un cielo la cui atona sfumatura vira verso il biancastro sporco del latte, il paesaggio della mia Umbria mi affascina e mi toglie l’uso della parola. Osservo, un po’ in soggezione, la maestosità dell’infinita distesa di soffice bosco, che si inerpica sulle fiancate dolci dei monti, labirinto di boriose sfumature verdi in cui l’occhio si perde.
Ecco il Sasso di Pale che emerge da una nuvola di nebbia, mostrando trionfante il chiarore raschiato dall’aria frizzante della sua fiancata.
Fra le timide fronde di alcuni alberelli campeggia uno strano capannone, pare un tubo di scarico piantato in una boscaglia all’interno della quale è un pesce fuor d’acqua, attaccato sul colore coriaceo della sua armatura. La porta, la cui tonalità biancastra si intuisce appena sotto il velo rossastro della ruggine che la divora, sembra osservarmi, ebete. Il Tato scende a fotografare. Beh, quel capannone potrebbe avere il suo fascino.
Dopo aver intravisto l’indicazione per Bar(r)i e aver attraversato Casenuove eccolo: il cartello Rasiglia. Ci siamo.
All’interno del paesino mi incuriosisce uno strano rumore a cui le orecchie si abituano e che si confonde sempre di più con il ticchettio frenetico e scrosciante della pioggia. É un rombo, un ruggito monotono che borbotta con la voce grossa. È il suono dello scorrere tartagliante dell’acqua che vena incessante la mappa del piccolo agglomerato di case. Per me, Rasiglia, si può descrivere solo attraverso i suoi canali, le esplosive acrobazie a cui sono costrette. In alcuni casi l’acqua è più violenta, irruenta, si dimena con rabbia esondante nei canali che la rinchiudono confinandola su un tracciato, nei punti in cui chiuse esili, traballanti in una fragile incertezza, non sono più capaci di arginare lo spumeggiante blaterare di un’acqua che si sporge oltre i confini di un canale e che scivola fuori in rigagnoli di gorgoglii. In altri punti, invece, i canali sono costrizioni scavate nel terreno all’interno dei quali il ruggito cruento dell’acqua si sfoga in evoluzioni di spuma biancheggiante, movimenti convulsi di una spina dorsale che si invola inarcandosi secondo i contorni del passaggio, fino a circondare isolotti svettanti che ospitano ciuffi d’erba i quali, titubanti, si sporgono a osservare la posizione destabilizzata della loro fortezza, alla mercé dei morsi del liquido. In altri momenti l’acqua diventa un singhiozzo saltellante, un frullo gorgheggiante di gorgoglii che si muovono in sinuose evoluzioni sciroccate, fino a trasportarsi verso la solitudine di un angolo lucido, nascosto fra i ruvidi e burberi profili di alcuni spunzoni di roccia su cui si arrampicava la silenziosa tristezza di qualche foglia, che contiene l’unico risucchio di un passaggio d’acqua, un tuffo dall’altezzosa superiorità del mento di una qualche costruzione che disegnava l’immagine di una cascata fatta del fatato disegno di alcuni rigagnoli, oltre i quali si può intuire lo sfocato profilo di un altro scorcio.
Dietro ad una distesa composta da casette che profumano di aria fresca, oltre il profilo dolce di due pendii che si accarezzano sulla linea dell’orizzonte, si apre un’immagine meravigliosa. Incastonata sotto il vaporoso pallore dell’impero delle nuvole si apre, regalata ai miei occhi quasi per miracolo, la visione dello scorcio di un monte, baciato dal sole, appena velato dell’immacolato filtro della lontananza.
E chiudo con una frase scovata in un canale, a Rasiglia, che, per un attimo, è riuscita a strapparmi dalla dimensione idilliaca e straniata dai problemi della vita in cui ero immerso, per farmi riflettere su quanto si addica alla nostra dimensione:
“La giusta via è come l’acqua: visto che si adatta a tutto, a tutto è adatta” (Ayuryeda)

Damiano Leoni


cruscotto


superstrada


Damiano


bivio per Pale lungo la vecchia statale 77


Rasiglia/1


Rasiglia/2


Verchiano


piana di Verchiano


Sellano


Cerreto di Spoleto

sabato 14 marzo 2020

#079 - Fare la spesa ai tempi del coronavirus




Ciao a tutti, tutto bene?
Dopo più di un anno, mancavo dal 24 novembre 2018, torno un po' malinconicamente a solcare le righe di questo blog con la presunzione di poter sdrammatizzare un po' questa situazione di me**a anche se la motivazione principale, diciamocelo apertamente, è quella di passare il tempo.
Saluto fraternamente gli amici e parenti che di solito solidarizzano con me leggendo i miei post così da alimentare le statistiche relative alle visualizzazioni con l’obiettivo amichevole di non far precipitare la curva della mia autostima.
Approfitto per ringraziare tutti coloro che si stanno adoperando per mantenerci in vita (infermieri e medici) e per non farci mancare niente, fosse anche una parola di conforto.
Stamattina è avvenuto un fatto eccezionale tipo l’avvistamento di una cometa o la vincita della Champions League da parte della Juventus: sono andato a fare la spesa.
Armato di tutto punto con la mia mascherina fatta in casa da mia moglie Katia con la carta da forno e gli elastici, che mi faceva sudare anche le gengive; mi sono presentato poco dopo l’apertura al solito supermercato con cinque grandi buste della spesa e un elenco interminabile di roba da acquistare.
Appena entrato ho avvistato una decina di bipedi che si aggiravano spettralmente tra gli scaffali con armature facciali di plastica e di stoffa griffate o artigianali e con gli occhi ben visibili che impressionavano con un’aria tra lo smarrito e l’avvilito.
Mentre io riempivo il carrello per una spesa epocale come se non ci fosse un futuro, c’era un soggetto anziano che pesava due arance sulla bilancia e acquistava piccole cianfrusaglie per una spesa meno che giornaliera.
Un altro girava con un carrellino con dentro un pacchetto sottovuoto di caffè che si trascinava dietro come se stesse a portare a spasso il cane: segno evidente che non aveva nient’altro da fare.
Mentre appuravo con sommo dispiacere che rimanevano solo due confezioni di spaghetti numero 12 della mia marca preferita, potevo vedere che qualche umanoide sotto copertura cercava di mantenere le distanze di sicurezza mentre si guardava intorno furtivamente.
Ad un certo punto da qualche ugola è partito un sostanzioso colpo di tosse, allora tutti gli astanti hanno sobbalzato e hanno drizzato le orecchie per capire dove fosse posizionato il possibile untore.
Una volta controllato che avevo preso tutto o quasi mi sono avvicinato alla cassa dove alcune righe gialle appiccicate sul pavimento ci mostravano la lontananza da mantenere tra un cliente e l’altro.
Dopo aver messo all’interno della solita Fiat Punto a metano di 11 anni e di circa 300.000 chilometri le buste gonfie di ogni ben di Dio sono tornato mestamente a casa percorrendo le vie desolate e semideserte della mia Bastia Umbra.
Ora sono di nuovo a casa e mentre sto mettendo insieme queste poche parole è appena passata un’auto della Protezione Civile con gli altoparlanti da cui usciva una voce femminile per raccomandare a tutti di rimanere in casa.
Adesso torno sul mio divano dove ho preso domicilio e finirò di leggere, anzi di rileggere dopo più di trent’anni, il mio Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse dove, tanto per rimanere in tema, si narra anche di una grande pestilenza che uccideva uomini e donne del medioevo.
Un abbraccio a tutti e restiamo in casa.

Maurizio Leoni

sabato 24 novembre 2018

#078 - La Grande quercia di Nottoria


È domenica mattina, appena prima dell’ora di pranzo, quando ci lasciamo alle spalle le antiche mura di Norcia e proseguiamo lungo la SS 685, fino all’incrocio per Castelluccio, un passo dopo il cimitero. 
Questa volta invece di prendere la via per la meravigliosa spianata posta ai piedi del Vettore, proseguiamo dritti sulla provinciale verso Savelli e Civita, in direzione di Cittareale che è già Lazio, provincia di Rieti.
La diretta iniziata dove un tempo c’era la Stazione di Norcia continua in maniera insolita per questi luoghi e dopo il già citato cimitero oltrepassiamo l’incrocio per Popoli e poi quello che porta a Ocricchio e Piediripa sulla destra e San Pellegrino, Frascaro e Valcaldara sulla sinistra.
Finalmente troviamo una specie di curva che ci fa virare leggermente tanto per spezzare la geometria e la monotonia della linea retta.
Superato di poco il chilometro 8,000 della SP 476 c’è l’indicazione Paganelli e quando il paesaggio sembra mutare e le montagne e i boschi sembrano avvicinarsi per rimpossessarsi dello sguardo ecco l’informazione che cercavamo.
Sulle solite frecce con scritte bianche in campo blu leggiamo distintamente: San Marco 4, Nottoria 2.
La carreggiata sembra farsi sempre più stretta e l’ambiente circostante diventa ancora più naturale.
Incontriamo una bella ragazza con un cane e chiediamo del luogo per cui eravamo partiti da casa un’ora e venti minuti prima con la solita Punto grigia a metano: “Sempre dritto, non vi potete sbagliare”.
Ad un certo punto il cartello di inizio centro abitato ci fa capire che siamo sulla direzione giusta.
Fatti altri 100 mt o poco più vediamo in tutta la sua maestosità quello che cercavamo.
La Grande quercia di Nottoria era davanti ai nostri occhi.
Ci avviciniamo e guardiamo dal basso verso l’alto questo albero pluricentenario che qualcuno ha definito l’essere vivente più longevo dell’Umbria.
Osserviamo con rispetto la grande quercia che con i suoi lunghissimi rami sembra volerci stringere in un grande abbraccio.
Tutto intorno i segni del terremoto sulle case, i camini che fumano dalle casette allineate profumano di famiglia all'ora di pranzo e un pastore maremmano che non smette più di abbaiare cerca di fare il suo mestiere il meglio che può.
Dopo un po' anche il cane si tranquillizza.
Questo luogo adesso ci appartiene, la quercia è diventata nostra amica e torneremo presto a trovarla. Ci potete contare!

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venerdì 16 novembre 2018

#077 - Horizon









Il fatto che mi preme raccontare quest’oggi non è solo la vicenda di una meravigliosa fotocamera analogica di cui sono divenuto il fortunato possessore, ma anche e soprattutto di una storia che profuma di famiglia, di emozioni, di affetti, di lontananza.
Il 25 maggio scorso, di mattina presto che era ancora buio, sono salito per la prima volta sul Frecciarossa che da Perugia mi ha portato a Torino, via Milano, in poche ore.
L’obiettivo mio e di mia sorella che mi accompagnava, era quello di fare visita a nostro cugino Paolo che non vedevamo da più di dieci anni.
Certamente con i mezzi di comunicazione di oggi (telefono, skype, internet) le distanze si sono affievolite ed è più facile rimanere in contatto con le persone care che vivono lontano, ma niente può sostituire il calore di un abbraccio, la luce di uno sguardo, lo splendore di un sorriso vissuto “di persona personalmente” come direbbe il mitico Catarella sottoposto del Commissario Montalbano.
Il bello è che questo incontro è durato pochissimo, giusto poche ore perché a tardo pomeriggio abbiamo cambiato segno al nostro viaggio e siamo ripartiti da Torino per compiere l'esatto percorso dell'andata ma in senso inverso.
Avremmo certamente voluto trattenerci di più ma non è stato possibile per una serie di ragioni che non sto qui a riferire.
In quel pomeriggio mio cugino, quello che per Damiano è lo Zio Paolo di Torino, ha voluto farmi un bellissimo regalo che va di molto al di là del valore dell’oggetto, ma un pezzo di vita, di quando per motivi professionali, negli anni '70, aveva vissuto per diverso tempo in Russia.
Ed è proprio dalla Russia che proviene questa meraviglia della tecnica qual è la fotocamera panoramica Horizon.
Questo dono mi ha toccato nel cuore e allo stesso tempo mi ha inorgoglito tanto da considerarlo un sigillo, un vero e proprio premio alla mia lunga carriera di fotografo da strapazzo.
Avere oggi tra le mani questa fotocamera e poterla usare mi ricorda non solo Paolo e la sua attuale famiglia che saluto, ma la storia di generazioni di persone care a me vicine e che non ci sono più.
A volte un oggetto fa sì che si riapra automaticamente il cassetto dei ricordi e che faccia riaffiorare alla mente le storie, i volti, le voci, gli sguardi delle persone che ti hanno voluto bene.
È per questo che mi piace mettere via diverse cose che compongono nel tempo una specie di wunderkammer, una camera delle meraviglie dove è possibile rivivere attraverso gli oggetti gli accadimenti di una vita.
Ho usato questa macchina un paio di volte e mi è piaciuta l'accuratezza che precede lo scatto, come in una grande formato, mettere in bolla il treppiede e la macchina, controllare bene l'ampia inquadratura attraverso il lentino, misurare la luce e stabilire il tempo di posa, premere il pulsante di scatto e sentire il sibilo dell’obiettivo che ruota fino a compiere un giro di 140°.
Tra i diversi fotogrammi, ho scelto di mostrarvi quello che riproduce lo skyline della mia attuale città, visto dalla Torgianese, nei pressi del ponte sul fiume Chiascio.
È stato un onore usare questa fotocamera.
Grazie Paolo, grazie Horizon.


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mercoledì 7 novembre 2018

#076 - Spello











La pioggia e il vento di questi primi giorni di novembre già mi fanno rimpiangere la temperatura mite della metà di ottobre. In uno di quei giorni, un sabato pomeriggio mi pare, io e Damiano armati di tutto punto con macchina fotografica e materiale per disegnare ci siamo recati nella vicina Spello per goderci il sole e la bellezza dei suoi vicoli.
Ogni volta che vado a Spello, per devozione al mondo dell’arte, la prima cosa che faccio è visitare la Chiesa di Santa Maria Maggiore dove è possibile ammirare la Cappella Baglioni affrescata dal Pinturicchio. Questa volta purtroppo l’abbiamo trovata chiusa per restauro. Mi sarebbe piaciuto farla vedere al mio pargolo, ma pazienza, ci torneremo presto, considerato che un cartello posto sull'uscio indicava un’imminente riapertura.
Vista questa momentanea impossibilità abbiamo virato verso la Villa dei Mosaici di Spello, un moderno e curvilineo edificio museale fuori le mura, che si inserisce a perfezione nell'ambiente circostante e che racchiude come uno scrigno il magnifico tesoro dei resti di una domus romana. Accolti con gentilezza e professionalità dal personale museale abbiamo fatto un giro, dato sfogo alle nostre pulsioni fotografiche e ammirato queste meraviglie del mondo antico.
Poi di nuovo fuori su e giù per le vie di Spello, alla ricerca di angoli incantati e testimonianze storiche.
Alla fine del nostro peregrinare ci siamo accomodati su un tavolino di una pizzeria posta all'angolo di Piazza J.F. Kennedy e dopo esserci ristorati abbiamo cominciato a disegnare la Porta Consolare, gustandoci l’aria frizzantina e il via vai della gente che passava, mentre alcuni ragazzi ravvivano l’ambiente urbano dando calci ad un pallone.
Delle bellezze di Spello sono pieni i libri di storia e i siti specializzati, ma nessuna pagina web e nessun libro potrà mai farvi vivere l'atmosfera che si respira girando per questa città viva, densa di storia e di ricchezze artistiche e culturali ma anche di vicoli fioriti, di botteghe d’arte e di negozi enogastronomici dove è possibile assaggiare ed acquistare le bontà umbre (olio, vino, salumi e formaggi).
Spello è famosa in tutto il mondo per l’infiorata che ha luogo il giorno del Corpus Domini e che tiene impegnati gli abitanti di questa splendida città praticamente tutto l’anno, per la semina e la raccolta dei fiori delle diverse specie e dalle mille tonalità che diventeranno pigmento nelle meravigliose opere che vengono realizzate in strada nella notte precedente alla festa religiosa.
All'imbrunire abbiamo accettato l’invito di una coppia di amici incontrati per caso, i quali gentilmente ci hanno invitato a casa loro e ci hanno offerto un aperitivo.
Mille grazie a questi coniugi per la cortese ospitalità.
Alla fine io e Damiano con aria soddisfatta siamo saliti in macchina e siamo tornati a casa.
Spero che mio figlio mi accompagni altre volte nel mio vagabondare umbro alla ricerca di pace e di serenità e che cominci a condividere con me l’amore per questa terra di mezzo, unica e meravigliosa. Viva Spello e viva l'Umbria!

http://turismo.comune.spello.pg.it/

Villa Mosaici di Spello

Mosaico romano



Fotografo in erba



Infiorata 2006, particolare



Porta Venere



Gatto dipinto



Porta Consolare



Villa Fidelia, ingresso



Sketch Damiano



Sketch Maurizio



































domenica 3 giugno 2018

#075 - I muri dipinti di Mugnano

foto Maurizio Leoni, 2018 - Mugnano Perugia
Quando nel marzo del 2014 i miei amici romagnoli Renzo e Guerrino mi accompagnarono in una delle nostre zingarate fotografiche, a visitare la città di Dozza (BO), celebre per le sue vie decorate con dipinti di ogni tipo, non immaginavo che anche dalle mie parti potesse esistere un borgo con le stesse qualità e caratteristiche.
Lo scoprii tre anni dopo, nel momento in cui mi addentrai per i vicoli di Mugnano, storica frazione ai margini del territorio comunale di Perugia e distante circa 5 Km in linea d’aria dal Lago Trasimeno.
Fino ad allora per me Mugnano era conosciuto come il paese di Fabrizio Ravanelli calciatore del Perugia, della Juventus e della Nazionale e per la vicinanza a Fontignano, dove il pittore Pietro Vannucci detto il Perugino morì di peste nel 1523 e dove ancora è possibile visitarne la tomba all’interno della Chiesa dell'Annunziata.
Mugnano invece è molto di più, a partire dal contesto agricolo e naturale nel quale è inserito, fino ai suoi splendidi monumenti quali l’Abbazia Benedettina, il Castello trecentesco, la Chiesa di San Benedetto, il Monumento ai Caduti, il Monumento al Lavoro e il Monumento Solidarietà-Unione-Fratellanza.
A Mugnano ha sede anche la Banda Nazionale Garibaldina.
Dal prezioso fascicolo “Mugnano il paese dei muri dipinti” a cura della Pro Loco di Mugnano si legge: “L'Associazione Filarmonica "Caduti per la patria" di Mugnano, nasce nel 1924 per volontà di un gruppo di ex combattenti, artigiani appassionati di musica.”
Dal 1983 Mugnano ha ospitato ben 46 artisti che hanno decorato ogni angolo di questa straordinaria cittadina a partire da Antonio Tamburro (Ricordi del passato) fino a José Carlos Araoz (La carità di San Martino, 2017) passando per gli amici Raffaele Tarpani (San Francesco benedicente, 1983) e Stefano Chiacchella (La rivolta del grano 1918, 2016) ed altre bravissime pittrici e pittori.
Ci sono tornato qualche giorno fa per scattare delle fotografie al fine di illustrare questo post e mi sono guardato intorno cercando di immaginare da quale artista e in quale parete verrà realizzato il prossimo murales.
Attendiamo fiduciosi una nuova meraviglia che renderà questo paese ancora più unico.
Viva Mugnano!

Maurizio Leoni

foto Maurizio Leoni, 2017 - opera di Franco Troiani, La danza, 1983


foto Maurizio Leoni, 2017 - opera di Raffaele Tarpani, San Francesco benedicente, 1983


foto di Maurizio Leoni, 2018 - opera di Stefano Chiacchella, La rivolta del grano 1918, 2016

foto di Maurizio Leoni, 2018 - opera di José Carlos Araoz, La carità di San Martino, 2017







lunedì 19 marzo 2018

#074 – Centro Fotografico Tifernate

foto di Remo Odoni










Nella giornata di ieri, nonostante la pioggia incessante, gli schizzi e le buche, Vinicio, la Manu ed io, a bordo della Viciussmobile con tanto di nube tossica interna e vetro appannato, siamo riusciti a vivere una giornata esilarante, densa di amicizia, di fotografi e di fotografia.
Siamo passati dagli apparecchi da acquistare o barattare nella 60° Mostra Mercato di Materiale Fotografico d’Occasione di Umbertide, alla carbonara consumata in trattoria, discutendo tra un bicchiere e l’altro di vecchi e introvabili libri fotografici.

Dopo il rituale del caffè e della mezza grappa eccoci a Città di Castello per presenziare ai due bellissimi eventi organizzati dal Centro Fotografico Tifernate, presieduto dalla bella e brava fotografa Chiara Burzigotti.
All’interno della magnifica cornice di Palazzo Bufalini abbiamo potuto visitare la mostra collettiva “Paesaggi” di trentuno autori del CFT (Alessio Acquisti, Alvaro Tacchini, Andrea Maggini, Andrea Moni, Benedetta Burani, Chiara Burzigotti, Daniele Bricca, Dante Renzacci, Enrico Milanesi, Enzo Marcucci, Federico Puletti, Francesca Maestri, Francesca Meocci, Francesco Capaccioni, Giancarlo Clerici, Gilberto Poccioni, Ilaria Santinelli, Julian Biagini, Laura Rebiscini, Lauredana Biccheri, Lino Sgaravizzi, Matteo Cesari, Nicola Gialli, Pina Petricci, Remo Odoni, Salvatore di Silvestro, Sandro Morvidoni, Silvio Veschi, Sonia Ciabucchi, Stefano Rossi, Valter Scappini).

All’inizio dell’esposizione un cartello sottolineava il rapporto stretto del CTF con la propria città:
In quasi 40 anni di attività il Centro Fotografico Tifernate (fondato nel 1980) ha proposto numerose mostre collettive diventate, annualmente e con cadenza più o meno regolare, un appuntamento atteso e consueto per i soci fotografi e per la cittadinanza. È sempre stato molto forte il legame del CFT con la città e, se vari e numerosi sono stati i temi affrontati, varie sono state anche le sedi che a Città di Castello hanno ospitato le mostre collettive. (…)
Appeso al muro un altro testo presentava la mostra:
La scelta del “paesaggio” come tema per questa mostra è dettata principalmente da un generale interesse per questo genere di fotografia da parte di numerosi soci del Centro Fotografico Tifernate. (…) 31 autori, per altrettante chiavi di lettura del paesaggio, presentano un pezzo di mondo e un pezzo di loro stessi in un percorso espositivo costituito da 150 immagini: piccole ricerche fotografiche, compiute in pochi scatti, o estratti di progetti più ampi, in divenire, scatti piacevoli o dissonanti, scatti a lungo meditati ed elaborati o attimi fuggenti rubati velocemente al tempo e allo spazio.

La ciliegina sulla torta ci è stata offerta dall’incontro pubblico con l’autore umbro Maurizio Biancarelli, fotografo naturalista di livello internazionale, che ci ha allietato con la presentazione, come al solito colta e raffinata, dei suoi “Paesaggi Vivi”, con immagini del grande nord (Islanda) e delle montagne italiane facenti parte di un grande progetto collettivo denominato L'Altro Versante

Tanti complimenti al nostro Maurizio Biancarelli, mille grazie alla presidente del CTF Chiara Burzigotti, al leader storico Enrico Milanesi, all'amica Francesca Meocci e a tutti gli altri amici fotografi che non cito per brevità ma che racchiudo in un unico grande abbraccio.
Un pensiero speciale per il caro amico Marcello Volpi che saluto.

Maurizio Leoni

foto di Manuela Giovagnola